lunedì 1 luglio 2013

Storia di Giuliana - ultima parte


       «La sorella ha passato il limite della comune cortesia, è bandita da questa assemblea e non potrà ritornare. Mandatela fuori! Guardie! Buttatela fuori. Non merita di stare qui dentro!» Pronuncia queste parole Mojadedi, presidente della Loya Jirga, il Gran Consiglio afgano, e la sorella da buttare fuori è Malalai Joya, la donna che ha osato denunciare la presenza di “signori della guerra” all’interno del Parlamento. Era stata invitata come rappresentante di una provincia nella quale era molto nota per il suo impegno sociale. Per quel gesto e per le battaglie in difesa dei diritti delle donne rischia ogni giorno la vita, e per non rendersi riconoscibile indossa lo stesso burqa che in molte hanno trovato il coraggio di sfilarsi dopo aver ascoltato le sue parole. 
Il libro nel quale Joya (che non è il vero nome dell’autrice e in afgano significa “cercare”) racconta la sua storia, ha un titolo eloquente: Finché avrò voce. E la voce è quella di donna scomoda, indubbiamente. Non sta zitta come si conviene al suo genere, denuncia, si espone, esprime pareri in un paese nel quale il presidente Karzai ha firmato, nel 2010, una legge che permette agli uomini di proibire, qualora lo desiderino,  il ricovero in ospedale delle mogli.
Dove l’integralismo religioso è più potente, esistono tradizioni retrive all’interno delle quali la violenza prospera. Tuttavia, a prescindere dal luogo, per ogni donna, in ogni paese, di qualunque religione e cultura, il dolore è sempre uguale. Impastato di costrizione, fuso nel silenzio, mescolato alla rabbia, carico di vergogna, amalgamato all’impotenza.
Quel qualcosa di nuovo pronunciato da Giuliana al termine della sua testimonianza, quel qualcosa che l’ha spinta a uscire dalla finestra, ha a che fare con il rispetto: un sentimento fondamentale per riconoscere diritti e dignità alle persone. Una finestra che non è solo lo spazio dal quale lei, insieme ai suoi figli, è fuggita, ma è una metafora sulle aperture, sulle vie di fuga che è necessario cercare. A volte nascono spontanee dentro di noi dopo aver accumulato una serie di costrizioni: la misura è colma e d’improvviso è come se potessimo vedere lucidamente ciò che prima era opaco. Quando quel velo cade, da sole riusciamo a recidere le sbarre che ci tenevano imprigionate. Talvolta invece è necessario un aiuto esterno: siamo al limite della sopportazione, ma non abbiamo la forza di arrampicarci fuori dal gorgo nel quale siamo precipitate. Può essere accaduto all’improvviso, può essere invece che giorno per giorno, una parte minima di libertà venga rosicchiata mentre sedimentano costrizioni e la violenza si traveste di normalità. E’ la situazione più pericolosa, perché impieghiamo più tempo ad accorgercene. Allora è fondamentale chiedere aiuto, che sia un’amica, un familiare, un medico di base che può fornire le prime indicazioni, i servizi sociali, o un centro antiviolenza. Da qualche parte bisogna partire e in qualche modo bisogna iniziare affinché qualcuno possa aiutarci a sbrogliare la matassa nella quale siamo impigliate. Farcela da soli, farcela con l’aiuto di qualcun altro, farcela subito o dopo un po’, la cosa importante è uscire dagli scantinati della follia di una vita nella quale un aguzzino tiene le chiavi. Gliele avevamo consegnate noi stesse? Per ingenuità, per un malriposto concetto di amore, per alleggerirci poiché talvolta sono pesanti da tenere?
Può essere. Ma non importa. Ciò che conta è riprendersele.










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