martedì 4 giugno 2013

Storia di Giuliana - prima parte



«Tranne tirarmi qualche oggetto, mio marito non ha mai usato violenza fisica su di me; non so se sia stato questo a rendermi più complicato l’addio. Il fatto che non portassi addosso segni visibili, mi ha confuso a lungo sull’entità del danno che subivo. E ha indubbiamente inciso sul tempo impiegato a separarmi».  Sono le prime parole pronunciate da Giuliana. L’incontro avviene nella sua casa, e scegliamo la cucina come luogo del dialogo: ci sembra  propizia per parole difficili. Le stanze e la padrona di casa si somigliano: sono entrambe salde, ordinate, con la giusta traccia di colore. Eva,  il cane meticcio, poco tempo dopo il mio arrivo, si disinteressa di noi, e si accuccia nella sua tana.
«16 Maggio 1987: il giorno del mio matrimonio era arrivato. Negli anni precedenti più volte avevo lasciato l’uomo che stava per diventare mio marito, ma poco dopo tornavamo insieme. Sembravano solo i classici litigi da fidanzati, non ho mai dato loro troppo importanza, infatti non ci impedirono di giungere - quel mattino - a poche ore dal rito. Furono le parole che pronunciò mia madre a scuotermi un po’ dal torpore in cui ero rinchiusa: “Se non sei convinta non devi sposarti, pensaci, sei ancora in tempo”.
Quando ero bambina mi piaceva camminare sulle pietre che costeggiavano il greto del fiume. Giocavo balzando da una all’altra, poi però - quando mi avvicinavo all’acqua - le pietre diventavano scivolose e il mio equilibrio precario. Mia madre parlava e io pensavo che a un certo punto ero entrata nel flusso dei preparativi del matrimonio, una corrente con una direzione precisa, e ogniqualvolta avevo anche solo immaginato di fermarla, i miei piedi non riuscivano a fare presa. Come su quelle pietre.
Ripensai più volte a quel mattino, negli anni successivi. Il bivio della mia vita. Come sarebbe andata se avessi avuto la forza per dire no? E, soprattutto, dove se ne stava nascosta la mia ben nota capacità di ribellarmi quando ero alle prese con qualcosa che non mi convinceva completamente?».
Giuliana, a distanza di tanti anni, è ancora incredula sulla passività che in quel periodo della sua vita aveva preso il sopravvento. Sottolinea che le sarebbe più semplice comprendere se quell’accettazione indolente fosse stata una sua caratteristica da sempre. La memoria la riporta invece a situazioni nelle quali - seppur molto giovane - era in grado di svincolarsi celermente da eventuali costrizioni. Poi - come se d’improvviso avesse smarrito la capacità di  valutare ciò che desiderava - era entrata in quella situazione, ben nota a noi donne, di non fidarci di ciò che sentiamo. Quante volte non siamo in grado di spiegare razionalmente una scelta, ma di fatto ci ha guidato una sensazione, un odore, un’emozione, un’intuizione? Bussole la cui precisione talvolta ci sconcerta, eppure non sempre diamo loro l’importanza che dovremmo. Ci sono periodi della vita nei quali il rischio che corriamo è più elevato. In genere succede quando intorno a noi comincia a risuonare l’eco del “E’ tempo”. E’ tempo di sposarsi, di concepire un figlio, di essere madre a tempo pieno, di lavorare fuori casa, di….
Talvolta non riusciamo a distinguere se quel tempo è legato a una “richiesta sociale” o se è proprio quello giusto per noi. Se vogliamo davvero quel figlio, quel matrimonio, quel lavoro, quella casa.
(continua)

venerdì 31 maggio 2013

Anni 1930/1940 - Piemonte




Era un caldo pomeriggio d’agosto e anche il gatto cercava riparo dall’afa acciambellandosi sul tavolo in pietra sotto il pergolato. Lontano, dietro le colline, un lampo tagliava di traverso le nuvole. Da un po’ di tempo Oreste teneva d’occhio sua figlia Lucia: alcuni sguardi furtivi e rossori inconsueti lo avevano messo in allarme. Non avrebbe mai osato pensare a ciò che si presentò ai suoi occhi quel giorno in cui un temporale improvviso lo svegliò dal riposo pomeridiano. Sua figlia Lucia e Giuseppe, il ragazzo assunto da poco per i lavori pesanti, erano nel fienile, su una vecchia trapunta, abbracciati, nudi. Imbracciò un forcone - nemmeno un’ombra di sonno era rimasta a rallentargli i pensieri – e li spinse al centro del cortile, urlando e imprecando.
Successe molto in fretta, non permise loro di indossare altro che il loro spavento, poi chiamò i familiari ad assistere a quel processo sommario. A causa del subbuglio, accorsero anche gli abitanti delle cascine limitrofe. “Meglio così”, pensò Oreste, tanto l’avrebbero comunque saputo: in quel modo il suo onore era salvo. In un niente si radunò un gruppo di persone coi visi cotti dal sole, le mani ruvide di lavori pesanti, il respiro contratto: nell’aria si distendeva qualcosa di grave. Teresa, la mamma di Lucia, non si frappose tra il padre e la figlia: nella memoria dei giorni aveva smarrito, se mai c’era stato, qualcosa che avesse le sembianze di una ribellione. Muta, osservava. Oreste pronunciò davanti a tutti la sua condanna.
Da quel momento di Giuseppe si persero le tracce: la minaccia di morte nel caso si fosse avvicinato al paese era più che realistica. Poche settimane dopo Lucia si sposò con un uomo di vent’anni più vecchio che la prima notte di nozze scoprì che la sposa non era vergine. Il mattino seguente il marito riaccompagnò Lucia dal padre, blaterando qualcosa in merito a merce avariata che non avrebbe tenuto. Oreste ricordò a suo genero che lui non aveva figlie, non poteva riprendere in casa qualcuno che non era mai esistito, che tornassero dunque da dove erano partiti.
Lucia ebbe due figli e una vita piena di botte per quell’imene mancante; il suo nome diventò puttana e tale rimase fino a quando morì. I suoi figli assistettero in silenzio alla violenza del padre e nella sua famiglia d’origine la cancellarono da ogni fotografia. In ognuna c’è un gruppo di persone che fissa l’obiettivo della macchina fotografica, con i visi seri degli eventi importanti. In ognuna si intravede una macchia, un’ombra. Se non si conoscesse la storia parrebbe il capriccio di una pellicola avariata dal tempo.

La storia di Lucia mi è stata narrata da una sua pronipote. Le era venuto il desiderio di conoscere meglio i vecchi della sua famiglia e rammentava qualche fugace commento ascoltato da bambina. Cercando informazioni dagli ultimi familiari ancora in vita che potevano ricordarsi di Lucia, scoprì che a distanza di decenni, reagivano con timore anche solo a sentirne pronunciare il nome.
Un centinaio di anni non è sufficiente per archiviare il passato. Tracce e frammenti rimangono e si tramandano, e se oggi sarebbe perlomeno inconsueta una violenza così caratterizzata, le donne muoiono ancora a causa del concetto di possesso. E’ sufficiente leggere gli ultimi dati che riguardano gli omicidi che hanno come filo conduttore “o mia o di nessun altro” per inorridire.

martedì 28 maggio 2013

Basta!




Dopo aver letto la storia di Rosaria Aprea, e di troppe come lei,
ho avuto bisogno di rileggere il capitolo sulla violenza. E condividerne una parte qui.

Elisa Chechile ha perseguito con determinazione il suo progetto
e dal novembre 2009 è attivo ad Asti, in collaborazione
con la Croce Rossa Italiana e con la Provincia, il centro antiviolenza
l’Orecchio di Venere.
Le domando se ricorda i primi casi di cui si sono occupati.
Impossibile dimenticare, risponde. La prima fu una ragazza
giovane, perseguitata dall’uomo che aveva lasciato. Lui non
accettava la fine della relazione e l’aveva inondata di mail, di
messaggi con minacce di morte, riferite a lei e ai suoi familiari
ri. C’era un’ampia documentazione scritta e una mole di prove
inoppugnabili. La ragazza, di fronte alla mia domanda sul
perché non volesse fare denuncia, rispose: «Perché lui è un
avvocato importante e non voglio fargli del male».
Negli stessi giorni giunse una donna abusata da marito e suocero.
Era stata inviata dalla Questura nella speranza che potessimo
aiutarla. Le dissi che quando avrebbe temuto per sé e
il suo bambino avrebbe dovuto trovare anche la forza di
scappare.
«Dove?», mi chiese lei.
«Qui», le risposi.
Qualche settimana dopo arrivò. Ora vivono in una casa protetta.

I volontari del centro possono accogliere, informare,
offrire consulenza, spazio, luoghi sicuri. Esiste anche una
via di fuga nascosta perché non è affatto da escludere che
serva alle donne che proteggono e agli operatori. Infatti, è
stata utile in più di una occasione. Ma nulla possono se il
loro lavoro è rivolto a qualcuno che, nonostante i supporti
esterni, non riesce a dire basta. Una parola breve, potente,
un no difficile da pronunciare.

Lo descrive bene in un articolo la giornalista Assunta
Sarlo su D di Repubblica.
L’ultima che ha bussato al centro antiviolenza di Trieste ha portato
con sé una storia lontana dagli orrori delle cronache di donne
ammazzate in tribunale o buttate nei sacchi della spazzatura:
è «semplicemente» la storia di uno che ti picchia e poi dice che ti
ama e che non lo farà mai più. In questa vicenda, è stato un carabiniere
a fare la differenza. È arrivato in quella casa per la seconda
volta e le ha detto: «Guarda che ti ho vista per mano con
lui dopo che t’aveva menata. La prossima volta non vengo mica».
Lei si è svegliata.

La violenza imprigiona il corpo e arrugginisce i pensieri
come un filo spinato abbandonato all’incuria del tempo.
E la colpa, la vergogna e il silenzio annodano ulteriormente
quel filo. Elisa un giorno chiese a una donna in quale
modo suo marito la picchiasse. La donna rispose: «Oh!, mi
picchia come si picchia un essere umano».

venerdì 29 marzo 2013

Conclusioni di Reclusioni di corpi e di menti



Chiunque ami leggere, ha sperimentato la sensazione di abitare una tana arredata con le pagine del libro. La storia ha occupato tempo, pensieri, emozioni, e il corpo è stato piacevolmente rinchiuso non più sulla poltrona o sul divano, ma nei luoghi in cui la storia è stata ambientata e da dove, a malincuore, quando l’ultima frase è stata letta, tocca andarsene. Quando succede, le parole circondano il lettore in una bolla morbida che è una delle cose che si cercano in un libro. Ma le parole oltre che rifugio possono essere recluse, ed è esattamente ciò che è successo alle mie prima di decidere che proprio sulla reclusione avrei scritto. Forse per ricordare a me stessa che infinite sono le possibilità di segregazione? In effetti questo libro ne tratta alcune, ma naturalmente ne esistono molte altre. L’obiettivo che mi ero posta non era quello di indagarle tutte, ma di riflettere attraverso l’analisi di certe “reclusioni” su quanto sia alto il rischio per ciascuno di noi di vivere chiudendoci dietro sbarre simboliche o interiorizzando imperativi categorici di impossibile bellezza o eterna giovinezza, oppure schiacciate dal silenzio o, ancora, imprigionate dalla fame.
Chiunque abbia attraversato un lutto, conosce bene quanto stretti siano i lacci che la morte avvolge intorno a chi è rimasto, così come coloro i quali soffrono di depressione, sanno bene quanto quel malessere spenga ogni scintilla di vitalità. Chiunque viva in un contesto limitato è consapevole di quanto i pensieri più audaci siano considerati pericolosi e dunque relegati in un angolo, preferibilmente sepolti sotto cumuli di rassicuranti luoghi comuni. Un’infinità di gabbie dunque e reclusioni e luoghi connotati da un senso di costrizione, dai quali, per poter uscire, è necessaria forza e consapevolezza.
Aprendo un vocabolario e cercando la parola resilienza leggiamo che è data dalla capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, o che sta a indicare la capacità di affrontare e superare le avversità. Esistono altre definizioni che è importante apprendere, perché se esiste un’illusione che è necessario perdere è che la vita possa essere priva di impedimenti, dolori, cadute, ferite, spazi angusti che non abbiamo scelto e nei quali ci parrà di soffocare. Li incontreremo invece e proprio per questo è utile impastarci il corpo e la mente di quel materiale resiliente, perché è una risorsa potente: è la costanza del giorno per giorno, ancora un passo, uno sforzo e raggiungo quel luogo. E’ la tenacia che, imbracandoci a qualcosa: a un’idea, un sogno, un amore, un progetto, ci fa dire “persevero”, e rompo questa barriera, spezzo quella rete che stringe, attraverso quel varco stretto piegando quella sbarra che chiude. Talvolta invece la resilienza è la forza necessaria a stare fermi, perché attraverso l’immobilità ci è possibile approdare in luoghi lontani. Stando fermi si riflette, si valuta, si radunano le forze che saranno poi necessarie a fuggire da una situazione di violenza; a sorridere di chi dice che bisogna coltivare una giovinezza perpetua, a contestare chi declama le regole della madre perfetta, a uscire da un convento se la vocazione si è spenta o non è mai esistita, o ad entrarci se quello è il luogo nel quale desideriamo approdare. Stando fermi osserviamo più attentamente la famiglia da cui proveniamo per chiarirci se siamo proprio noi a disegnare il nostro destino, o se lo stanno tracciando sogni e ombre altrui. Per riuscirci, può essere utile allenare lo sguardo in modo tale che chiunque osi non rispettarci indietreggi di fronte alla fermezza che leggerà nei nostri occhi.
Ci saranno comunque momenti in cui sarà faticoso continuare a esistere, e per questo è fondamentale avere pensiero e memoria su ciò che  sta accadendo. Qualunque cosa stia accadendo. Naturalmente, ci capiterà talvolta di avere il cuore appeso a un filo, o pensieri stagnanti per le nostre esitazioni, ma ciò che alla fine davvero conta è il coraggio di non rimanere sconosciuti a se stessi; è coltivare, non la pazienza di chi subisce, ma la mansuetudine di chi attende il tempo giusto. Poiché abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di scegliere le nostre relazioni, i nostri spazi, i nostri silenzi e le nostre distanze, il nostro lavoro e le nostre passioni, spolverando ogni giorno attentamente quel luogo sacro nel quale abitano parole come scelta e libertà.